LIBRI: LA PRATO DI NESI, TRA L’AGONIA E LA CINA NEGLI SCANTINATI

(AGI) - Roma, 1 lug. - Il giorno in cui vendette l’azienda, a Edoardo Nesi, erede del Lanificio T.O. Nesi & figli Spa, venne in mente una frase di Francis Scott Fitzgerald, pronunciata dall’autore del Grande Gatsby durante la Depressione del ‘29: “Percio’ la lascio, ora, la mia citta’ perduta. Non sussurra piu’ di fantastici successi ed eterna giovinezza. Tutto e’ perso, salvo il ricordo”. E’ Prato la citta’ “perduta” della quale Nesi racconta gli ultimi due decenni. “Storia della mia gente” (Bompiani, 168 pagg, 14 euro) e’ un pamphlet-invettiva contro la globalizzazione e ideologia annessa e romanzo di formazione di uno scrittore che fino al 7 settembre 2004, il giorno della firma dal notaio per la compravendita, ha una vita divisa in due.

L’industriale “di provincia” Nesi e lo scrittore Nesi si ricompongono in una scrittura “luddista”, rabbiosa e lirica, che ricorda da vicino quel Luciano Bianciardi che nella “Vita agra” vorrebbe fare a pezzi lo scaldabagno, il “boiler”, che lo interrompe ogni volta che fa all’amore con la propria donna. Bianciardi si scagliava contro i segni di un miracolo economico che ha fatto la ricchezza di distretti industriali come Prato, e da qui parte oggi, forse tardiva, la rivolta contro l’ultimo stadio della globalizzazione: “…Un incubo distopico”, scrive Nesi, “in cui le differenze tra le persone e gli stati…si sarebbero stemperate prima e dissolte poi in una dorata utopia in cui tutti gli abitanti del mondo sarebbero stati cittadini di un unico impero, sedati dalla pubblicita’ e imboniti dalla televisione…felici di parlare la stessa lingua senza avere piu’ nulla da dire”.

Il paragone con Bianciardi finisce qui, toscanita’ a parte. Dopo un andirivieni tra l’Italia e l’America, per formarsi e vedere il mondo, Nesi torna nella sua Prato, “una citta’ intera che si fonda sul tessile, costellata di decine e decine di aziende come la nostra, tutte in continua crescita” e dove “non bisognava essere un genio per emergere, perche’ il sistema funzionava cosi’ bene che facevano soldi anche i testoni, purche’ si impegnassero; anche i tonti, purche’ dedicassero tutta la loro vita al lavoro”. Prato, teatro di un capitalismo “quasi morale, per cui gli operai piu’ capaci e piu’ volenterosi che decidono di mettersi in proprio e diventare imprenditori possono provare a farlo con una certa possibilita’ di successo”.(AGI) Fab (Segue)